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Ecco perché l’Italia deve investire di più nell’intelligenza artificiale

Ospito volentieri sul mio blog alcune riflessioni del collega Andrea Melegari sull’intelligenza artificiale. L’interesse nei confronti dell’AI, infatti, continua ad aumentare. Sono tanti gli esempi di tecnologie intelligenti che stanno trasformando i settori dell’economia e migliorando la nostra vita privata e professionale in un mercato che, globalmente, si stima che possa raggiungere i 40 miliardi di dollari entro il 2022.

Come mi è capitato più volte di sottolineare in passato, l’intelligenza artificiale non è una tecnologia perfetta ma merita tutta l’attenzione che sta riscuotendo non solo perché i risultati che stiamo ottenendo nel settore sono davvero interessanti ma perché certamente continueremo a ottenere miglioramenti sempre più incrementali.

Ecco perché l’Italia deve investire di più nell’intelligenza artificiale
Andrea Melegari, SEVP, Defense, Intelligence & Security, Expert System

Twitter: @Melegari

Negli ultimi tempi, l’intelligenza artificiale (“AI”, Artificial Intelligence), ovvero l’abilità di un computer di svolgere funzioni e ragionamenti come quelli della mente umana, è spesso al centro del dibattito. Uno degli ultimi episodi ha riguardato l’autopilota installato in una autovettura di nuova generazione, la Tesla S prodotta dal miliardario Elon Musk (già fondatore di Paypal, società che ha rivoluzionato i pagamenti digitali, oggi CEO e CTO di SpaceX, che qualche anno fa si è aggiudicata un contratto con la NASA per portare rifornimenti nello spazio con voli commerciali, ed è stata così la prima compagnia privata ad aver fatto attraccare una propria capsula alla stazione spaziale internazionale).

Il software dell’auto, secondo le dichiarazioni della casa produttrice, pare sia stato incapace di distinguere la fiancata di un camion bianco, che stava curvando, dal cielo particolarmente chiaro di quel giorno, causando un tragico schianto che è costato la vita al conducente. Il fatto che software intelligenti, come quelli per gli autopiloti, si siano già dimostrati in grado di aumentare statisticamente la sicurezza rispetto alla tradizionale guida manuale non ha impedito l’escalation del confronto, arrivato fino al Senato degli Stati Uniti, che ha convocato in audizione Elon Musk per farsi riferire sull’incidente.

Il punto della questione riguarda quanto e fino a che punto ci possiamo fidare della intelligenza artificiale. Le opinioni, come sempre accade nelle questioni tanto dibattute, sono le più varie. E vanno ben oltre l’impiego della intelligenza artificiale a supporto della guida dei veicoli.

Gli ultimi 200 anni di innovazioni tecnologiche (i motori a combustione, l’energia elettrica, l’informatica) hanno sempre determinato condizioni generalmente migliori: economie più efficienti, innalzamento degli standard di vita, nuovi prodotti. Del resto, robot basati sull’intelligenza artificiale già assistono i medici in complesse operazioni chirurgiche, supportano l’uomo nelle attività più faticose e ripetitive, o sono capaci di dialogare, seppur ancora semplicemente. Tornando all’ambito automobilistico, è opinione ampiamente condivisa che, entro il 2020, potremo viaggiare su veicoli condotti completamente da software capaci di processare in tempo reale, e in maniera efficace per la nostra sicurezza, milioni di informazioni.

In pratica, oggi non esiste informazione o Big Data senza intelligenza artificiale. Anche per questo il progresso legato agli sviluppi dell’AI più che creare allarmismi dovrebbe di per sé contribuire a diffondere una maggiore conoscenza in materia, avendo pienezza dello stato di maturità delle tecnologie e dei contesti in cui applicarle: alcune soluzioni sono già ampiamente diffuse e mature, per altre ci vorranno decenni, e sono ancora in fase di sperimentazione.

Ad esempio, sarà proprio l’intelligenza artificiale a giocare un ruolo decisivo nel contrastare con più efficacia il terrorismo e i fenomeni criminali. Si pensi alla difficoltà di individuare e correlare quali messaggi costituiscono propaganda terroristica (o minaccia) tra gli oltre 60 miliardi di messaggi generati giornalmente dal solo WhatsApp o pubblicati dagli oltre 350 milioni di utenti attivi di Twitter. Ma anche in questo contesto esistono fattori da considerare con grande attenzione, così da garantire una corretta evoluzione di queste tecnologie sia dal punto di vista dello sviluppo tecnologico sia per un migliore impatto sociale.

Per quanto concerne il corretto approccio tecnologico, va segnalata una ricerca, prodotta da Google con OpenAI e le università di Stanford e Berkeley, in cui si propongono alcuni scenari problematici, e perciò degni di attenzione e ulteriori approfondimenti, con l’obiettivo di andare oltre le ipotetiche ed astratte preoccupazioni circa lo sviluppo e l’utilizzo degli algoritmi di intelligenza artificiale per discutere di aspetti reali e concreti (non a caso il titolo della ricerca è proprio “Concrete problems in Artificial Intelligence Safety” in cui si cercano di considerare gli aspetti utili a evitare effetti collaterali negativi: ad esempio, come evitare che un robot per le pulizie rompa oggetti per far prima, come assicurarsi che rispetti regole di sicurezza basilari come non appoggiare stracci bagnati su prese elettriche, ecc.).

Secondo Jason Furman, consigliere del Presidente Obama, altrettanta attenzione merita la valutazione degli impatti sociali. Come già avvenuto con le altre rivoluzioni tecnologiche, infatti, anche l’intelligenza artificiale avrà forti ripercussioni sul mondo del lavoro. Diverse occupazioni saranno purtroppo rimpiazzate, ma se ne creeranno di nuove.

Rispetto al passato però il rischio è rappresentato dal fatto che, per la forte tipicità della intelligenza artificiale, nel breve termine, i lavoratori potrebbero non essere pronti per essere impiegati (o reimpiegati) nel settore della intelligenza artificiale.

Ed è per evitare questo pericolo che, secondo Furman, la cura è semplice: moltiplicare gli investimenti pubblici nel settore, con grande priorità rispetto alla formazione. Un segnale chiarissimo e molto deciso circa l’importanza che per gli Stati Uniti rivestono tecnologie all’avanguardia e innovazione. La preoccupazione vera del Governo americano nei confronti dell’intelligenza artificiale sembra infatti solo una: non averne abbastanza.

Allora prima che su “AI buona” e “AI cattiva” il dibattito dovrebbe aprirsi prima di tutto sulla volontà di far parte di questo nuovo processo rivoluzionario. È questa la vera sfida su cui il nostro Paese dovrebbe interrogarsi: l’intelligenza artificiale, infatti, avrà un impatto dirompente sulla nostra vita e sul nostro futuro, vogliamo limitarci a subirne gli effetti oppure esser parte attiva di questo nuovo processo di rinnovamento?

Per un Paese come il nostro, da sempre basato su creatività e inventiva, l’AI rappresenta una opportunità straordinaria, perché se è vero che il passato ci insegna che l’automazione del lavoro rende obsolete alcune professioni, è vero anche che ne crea altre con specializzazioni sempre migliori.