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Kudos to Zuckerberg

Non sono un grande fan di Facebook (che non utilizzo) o di Mark Zuckerberg ma devo ammettere che quanto ha dichiarato qualche giorno fa mi trova completamente d’accordo.

Non c’è ragione di dipingere in negativo l’intelligenza artificiale, immaginando scenari più hollywoodiani che realistici in cui malvagi robot si contrappongono agli esseri umani. E non solo perché le principali espressioni di Intelligenza Artificiale a cui siamo pervenuti finora hanno solo conseguenze positive (basti considerare le applicazioni nel biomedicale). Ma perché è di per sé un controsenso pensare che un computer possa superare qualcosa che non si conosce fino in fondo. Nessuno infatti sa come funziona esattamente il nostro cervello né tanto meno quali siano tutti i meccanismi alla base del pensiero o della comprensione umana.

Bravo Mark, quindi!

Perché in questo clima di rinnovata primavera dell’Intelligenza Artificiale è importante porre nella giusta prospettiva quello che sta succedendo e fare pulizia di un buon numero di sciocchezze che personaggi illustri come Musk e Gates hanno detto nei mesi scorsi, preannunciando scenari apocalittici in cui l’AI metterebbe a repentaglio il genere umano. Prima è partito Elon Musk definendo l’Artificial Intelligence più pericolosa del demonio. A ruota Bill Gates ha affermato che ben presto le macchine intelligenti porteranno più problemi che vantaggi. Ma mentre demonizzavano l’intelligenza artificiale nell’immaginario collettivo, da una parte Musk già beneficiava della frenesia legata al rinnovato interesse per l’Intelligenza Artificiale che in Silicon Valley ha fatto e sta tuttora facendo puntare miliardi di dollari, e dall’altro la Microsoft starebbe investendo più di quanto potrebbe sembrare dalle dichiarazioni di Gates.

Intelligenza artificiale non è intelligenza umana. Si chiama “artificiale” proprio per questo: è nata automatica, e resta automatica. E comunque non è neanche proprio “intelligenza” perché non si sostituisce al nostro pensiero. Per l’eccezionale capacità di calcolo ed elaborazione, l’intelligenza artificiale è quanto di più simile si può immaginare vicino alla nostra intelligenza. Ma simile è diverso da uguale.

Non è quindi corretto neanche sovraccaricare di aspettative il settore, annunciando macchine veramente pensanti e sistemi cognitivi perfetti, come ad esempio è il caso della IBM con Watson. Watson non pensa e non ragiona. Non lo fa oggi e neanche lo farà nel breve. Questa è la verità che (quasi) nessuno dice e che nessun giornale riporta. Posso capire che fa più notizia una macchina che vince un quiz televisivo (come ha fatto Watson nel quiz Jeopardy) piuttosto che un software semantico che ha migliorato la vita professionale di migliaia di persone. Se poi basta vincere un gioco per dimostrare intelligenza, allora ricordiamoci che ci siamo passati con gli scacchi più di trenta anni fa.

La verità è che i computer possono svolgere per noi e meglio di noi alcuni compiti precisi. Nel mondo dell’informazione possono leggere, analizzare, riassumere (e strutturare per successive elaborazioni) milioni di documenti. Sta però sempre alla nostra intelligenza, che è anche intuizione e creatività, decidere se seguire certe indicazioni e come utilizzare tutta questa conoscenza macinata per noi.

Il rischio è che tutto l’ottimismo alimentato con false speranze per catturare interesse e finanziamenti porti di nuovo a un lungo inverno per l’Intelligenza Artificiale, in un momento storico in cui, invece, dovremmo sentirci fieri e soddisfatti degli enormi passi in avanti che abbiamo compiuto e pensare che nei prossimi 10 anni assisteremo a miglioramenti sempre più incrementali nella gestione delle informazioni basata sulla comprensione automatica.

Continuerò a stare lontano da Facebook (d’altra parte, gli utenti non mancano!) ma leggerò con attenzione quello che Zuckerberger scriverà sullo sviluppo futuro delle tecnologie.