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Altre piccole (grandi) soddisfazioni

Come anticipato nel post precedente, continuo a parlare di Autonomy spostandomi dalla questione dei bilanci falsi agli aspetti tecnologici e di mercato (anche perché sui bilanci non ci sono novità: la guerra di parole fra HP e Lynch è continuata ma non è emerso nessun nuovo fatto concreto).

Io credo che i danni inflitti da Autonomy al mercato della gestione dell’informazione non strutturata siano molto più gravi dei numeri fasulli delle vendite riportati nei bilanci: la concorrenza sleale e reiterata di Autonomy, fatta anche di vendite inventate, ha creato moltissimi problemi a chi invece cercava di fare onestamente il proprio lavoro. Per anni e anni, l’azienda ha continuato a pubblicizzare le proprie soluzioni come una sorta di bacchetta magica, in grado di risolvere in modo efficace e automatico qualunque tipo di problema. Sembrava che per sistemare tutto bastasse comprare le licenze e fare un minimo di lavoro di integrazione…

Molti dei potenziali clienti erano scettici ma l’argomento delle vendite e dei clienti era quello che portava comunque a decidere di effettuare l’acquisto, nonostante la tecnologia lasciasse molti dubbi (Autonomy, infatti, è famosa anche per non fare mai prototipi o piccoli progetti per provare il funzionamento dei propri sistemi su dati reali prima di un acquisto). In pratica, il meccanismo psicologico che scattava era quello che è spesso tipico delle aziende: difficilmente si può contestare la scelta di uno che compra le soluzioni del leader di mercato, anche in mancanza di risultati validi (è sempre la storia che nessuno è mai stato licenziato per avere comprato IBM :-)

La valutazione di un acquisto basata sulla leadership di mercato ha naturalmente un senso solo se questa leadership è stata raggiunta in modo onesto e con un’offerta comunque di buona qualità (come noto, difficilmente il leader è quello che ha la migliore tecnologia). Della tecnologia mediocre di Autonomy, ben lontana da quanto raccontato, ormai si sapeva. Molti avevano capito che dietro il motto “meaning based computing” non c’era nulla di concreto ma solo tanto marketing,  ma che molte vendite fossero inventate… beh, no, questo non si sapeva. Senza informazioni su vendite in crescita continua, molti avrebbero fatto scelte diverse.

Con il falso messaggio del tutto automatico e della comprensione del significato, Autonomy ha creato aspettative esagerate che nessuno è stato poi in grado di soddisfare (del resto, se fosse stato come dicevano da Autonomy, di certo non ci sarebbe stato bisogno di taroccare le vendite…). Noi e tanti altri avevamo un bel da lavorare per spiegare ai potenziali clienti che non esistono pasti gratis e che è sì possibile implementare soluzioni efficaci ed economicamente vantaggiose ma che, come in tutti gli altri settori, servono tecnologia, capacità, lavoro ed esperienza.

Non so se HP continuerà ad insistere con Autonomy per la parte che riguarda la gestione avanzata dell’informazione non strutturata oppure se deciderà di vendere a qualcun altro tutto o dei pezzi della società, come si legge in questi giorni (dentro Autonomy, come scritto nel post precedente, sono finite aziende di molti settori, anche piuttosto lontani dal business originale). Sicuramente però, almeno per qualche anno, sarà chiaro a tutti che le bacchette magiche esistono solo nelle fiabe e che per raggiungere un risultato di valore non esistono scorciatoie.

Puoi ingannare tutti per un po’; puoi ingannare qualcuno per sempre, ma non puoi ingannare tutti per sempre (Abramo Lincoln).