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Il caso Autonomy

Ho trovato finalmente un po’ di tempo per riprendere un argomento lasciato in sospeso alcuni post fa, e cioè la questione di Autonomy. Visto che l’argomento aveva suscitato molto interesse e commenti rilevanti (in particolare questo e questo), vale la pena fare un piccolo approfondimento in materia: la conclusione non sarà particolarmente sorprendente o nuova ma repetita juvant :-)

Visto che Autonomy è l’attuale leader di mercato nel campo dei motori di ricerca per le aziende (Enterprise Search), è interessante capire come ha raggiunto questa posizione: è riuscita a farlo grazie alla propria tecnologia superiore rispetto alle altre? Oppure dipende dalle capacità di vendita e dalle politiche di marketing? Oppure, ancora, è stato un classico colpo di fortuna?

Mi sento di escludere tranquillamente la prima possibilità: la tecnologia di Autonomy non è nulla di speciale o di veramente innovativo. È un normale motore di ricerca con tecnologia a keyword arricchito da componenti statistici in grado di trovare somiglianze tra documenti e clusterizzare i risultati della ricerca; in sostanza, un prodotto del tutto paragonabile alla concorrenza (Fast, Google Search Appliance, OmniFind… ).

Penso di poter eliminare anche la terza possibilità: ritengo che l’azienda inglese non abbia avuto particolare fortuna o sfortuna e comunque nulla di diverso da quanto capitato, in media, ad aziende simili in altri settori.

Rimane perciò solo la seconda ipotesi, e direi proprio che sia quella giusta: chi conosce un poco il mondo del software, non si stupirà poi molto perché questa è la regola piuttosto che l’eccezione. Infatti, anche se alcuni “romantici” pensano che gli applicativi di successo siano quelli tecnologicamente migliori, la storia ci dice che non è (quasi) mai così: Microsoft non aveva certamente il miglior sistema operativo quando ha venduto a IBM, Oracle non aveva il migliore database relazionale quando è iniziata la sua crescita esplosiva, SAP non produceva il miglior programma di contabilità e così via.

La strategia di marketing scelta è stata quella di diversificarsi dagli altri concorrenti attraverso un aspetto tecnologico esclusivo, il famigerato Dynamic Reasoning Engine che altro non è che un nome altisonante dato a quei componenti statistici citati in precedenza: anche se la cosa è sempre rimasta un po’ fumosa, secondo Autonomy questo componente rendeva possibile il “meaning based computing” (qualunque cosa questo voglia dire -:) in qualunque lingua, garantiva ottimi risultati per le ricerche tutto in automatico e senza necessità di alcun lavoro manuale di personalizzazione e consentiva di categorizzare/clusterizzare i contenuti in modo facile e preciso. In teoria, la panacea di tutti i mali che da sempre affliggono il mondo della gestione della conoscenza; in pratica, nulla di particolarmente efficace o unico o utile nell’uso reale.

Anche se, come giustamente sottolinea Federico Berti, quanto promesso era (ed è) semplicemente impossibile da ottenere in modo automatico, negli anni ‘90 era tale e tanta la voglia dei possibili clienti di trovare una soluzione magica all’enorme  problema dell’accesso a quantità sempre crescenti di conoscenza interna ed esterna che, soprattutto nelle grandissime realtà, il messaggio commerciale ha trovato terreno fertile e sono iniziate le prime vendite importanti di Autonomy.

Forte di queste prime referenze, dei soldi raccolti con la quotazione in Borsa e di una martellante e spregiudicata attività di marketing, Autonomy è stata molto efficace a capitalizzare le vendite iniziali e a convincere altri clienti a fare lo stesso passo.

In una situazione di mercato confusa, in cui l’esplosione della conoscenza metteva sotto pressione i responsabili perché compr
assero “qualcosa” per arginare il problema, la soluzione “magica” e automatica è sembrata a molti quella migliore: il fatto che poi, terminata la lunga implementazione, il sistema si rivelasse sostanzialmente solo un normale di motore di ricerca a keyword non ha creato i problemi che  ci si aspetterebbe perché era ormai passata la frenesia iniziale, perché qualcosa comunque era stato “messo su” (quando si passa da niente a qualcosa, anche un normale motore di ricerca è un passo in avanti) e perché chi aveva approvato il grosso investimento non voleva certo fare una brutta figura e ha tenuto il profilo più basso possibile.

Fra gli addetti ai lavori, è famosa la battuta che “nessuno è mai stato licenziato per avere comprato IBM” e, per certi aspetti, nel contesto dell’enterprise search, la stessa cosa vale per Autonomy: chi deve decidere l’acquisto, guarda la lista dei clienti (e ne deduce che non può essere così male se quelle grandi aziende l’hanno comprato… ma è un ragionamento in qualche modo circolare) poi considera che è il leader di mercato e procede, sentendosi sicuro che non potrà essere criticato più di tanto anche se le cose andranno male (per scegliere al meglio, la cosa giusta da fare sarebbe quella di organizzare un piccolo benchmark oggettivo su di un caso aziendale reale, ma non capita molto di frequente perché, effettivamente, non è una cosa semplicissima).

 

Nota finale: visto che ho parlato di un concorrente, si può logicamente pensare che abbia espresso  solo opinioni (e non anche fatti) e che queste siano negative a prescindere, per mettere in cattiva luce la tecnologia di Autonomy: per dimostrare che non è così, sono a completa disposizione per fare un qualunque tipo di confronto, benchmark o prototipo in cui valutare in modo oggettivo la tecnologia di Autonomy, in assoluto e in confronto con la nostra e altre tecnologie (e poi pubblicare tutti i risultati qui sul mio blog).