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Due chiacchiere con Eliza

Mi è capitato di leggere che sono aperte le iscrizioni per il Concorso Loebner e questo mi dà lo spunto per scrivere qualcosa riguardo gli esordi del Natural Language Processing (NLP), ‘Elaborazione del Linguaggio Naturale‘: studiare e tentare di risolvere i problemi per arrivare a una forma di comprensione automatica del linguaggio naturale, cioè la lingua che usiamo abitualmente per comunicare.

Inizio con un chiarimento sul Loebner Prize in Artificial Intelligence che all’estero è abbastanza noto anche al di fuori di specialisti e curiosi di A.I. mentre in Italia no.

Nel 1990 Hugh Gene Loebner, ispirandosi al test di Turing (su cui ho iniziato a scrivere un post), decise di mettere in palio 100.000 dollari e una medaglia d’oro per un computer che si dimostrasse capace di dialogare come una persona, rispondendo sempre a tono a qualsiasi tipo di domanda.
Da allora il premio si ripete ogni anno ma le regole sono state modificate, comprese medaglia (di bronzo invece che d’oro) e cifra finale (da 0000 a circa 00).

Chi vincerà quest’anno? Alice? Bildgesmythe? Jabber Wacky?

In realtà non c’è attinenza fra il Premio e l’NLP e solitamente concorrono al premio esperimenti che con l’elaborazione del linguaggio naturale hanno poco/niente a che fare.
Non è un caso, insomma, che Minsky abbia definito il premio "stupido".
Ha fatto anche di più: ha proposto un premio in denaro per chiunque riesca a convincere Loebner ad abolire l’evento 😉

Le origini di questo equivoco (fra scienza e folklore ;-)) vanno probabilmente ricercate più indietro nel tempo, quando nacque Eliza, un programma sviluppato nel 1964 da Joseph Weizenbaum, oggi professore di informatica al MIT.

Eliza fu il primo tentativo di interazione uomo-computer attraverso il dialogo o, meglio, l’illusione di un dialogo.

In realtà, infatti, non si trattava di un vero e proprio approccio all’ NLP perché mancavano una reale interpretazione del linguaggio e una sia pur minima forma di comprensione.

Alla base di questo tipo di programmi, definiti “chatterbot” (dalla contrazione di chat e robot), ci sono trucchi piuttosto semplici (su cui non mi dilungo perché esistono già diversi approfondimenti in proposito; per esempio qui ce n’è uno in italiano) giocati sulla prevedibilità del dialogo attraverso l’estrazione di “parole-chiave” da cui si derivano via via nuove domande e affermazioni.

Questi trucchi li conosceva bene Weizenbaum che, con grande coerenza e onestà, non tentò mai di far passare il contrario. A proposito di Eliza, infatti, parlò di parodia dei dialoghi di psicoanalisi e più tardi scrisse anche un libro proprio per chiarire l’estraneità dei computer a qualità tipicamente umane come la compassione e la saggezza (Computer Power and Human Reason, San Francisco, CA: W. H. Freeman, 1976. Qui c’è un riassunto).

Forse anche nella scelta del nome si può intravedere l’approccio leggero di Weizen
baum: tutti riconducono Eliza alla povera fioraia protagonista di Pigmalione, una commedia scritta da Bernard Shaw nel 1912, ma nessuno sottolinea che l’Eliza di Weizenbaum debuttò nello stesso anno in cui,
in un clima di sottile ironia, Audrey Hepburn vestì i panni della fioraia istruita a dovere per sembrare una Lady (il film è My Fair Lady).

E quei trucchi li conosceva bene anche Kenneth Mark Colby (psicologo nonché appassionato-esperto di AI) visto che nel 1971 sviluppò praticamente una copia di Eliza con la variante nel protagonista: non più una psicologa ma un paranoico schizofrenico di nome Parry.

Probabilmente fu Colby la principale ragione del gran polverone che si sollevò intorno a questi primi esperimenti. Numerosi aneddoti si sono via via accavallati e Colby non arrivò solo ad immaginare un dialogo tra i due chatterbot, ma pare abbia iniziato a sottoporre Parry a una serie innumerevole di test coinvolgendo anche colleghi su colleghi.

Si cominciò a vociferare che il computer pensante esisteva e che il test di Turing poteva considerarsi finalmente superato.
Invece Parry era solo stato dotato di tutte le caratteristiche necessarie per rispondere a tono alle domande: nessuna vera competenza linguistica, pochi argomenti su cui conversare e solo un insieme di trucchi di programmazione per ingannare sprovveduti interlocutori.

L’elaborazione del linguaggio naturale è complessa e non ha niente a che fare con i chatterbot.
Attuare una forma di comprensione sul nostro linguaggio significa avviarne un processo di trasformazione in rappresentazioni in grado di indirizzare un programma a reagire nel modo più adeguato, cioè con risposte attinenti.

Tutto il resto (Premio Loebner compreso) è solo propaganda.